Comune di Belmonte Piceno | Sito Istituzionale

Museo Archeologico Comunale

La mostra permanente del Museo Archeologico Comunale, inaugurata il 4 ottobre 2015, racconta la tortuosa storia dei reperti della necropoli attraverso documenti storici d'archivio e fotografie d'epoca, accompagnati da un inquadramento scientifico moderno che mette in rilievo le particolarità dei ritrovamenti belmontesi.
 
Vengono presentati per la prima volta dopo il bombardamento del Museo Archeologico di Ancona e la successiva dispersione, gli oggetti ritrovati durante le ricerche archeologiche nei depositi della Soprintendenza. Sono state effettuate una nuova trascrizione e una rilettura della famosa stele con iscrizione in lingua sabellica o sudpicena da Belmonte, di cui è esposto il calco storico già utilizzato nell'esposizione di Dall'Osso ad Ancona.
 
 
Sono esposti straordinari ed unici reperti come i "torques" con teste umane stilizzate e a pigna, cavalieri su anse d'impasto, elmi piceni e greci, vasi di bronzo greci, etruschi ed umbro-piceni, morsi equini, diverse fibule tra cui anche alcune con grandi nuclei d'ambra, un nettaunghie con raffigurazioni di animali fantastici, amuleti, pettorali e pendagli che riflettono la grande fioritura del centro piceno più importante per la fase arcaica delle Marche meridionali.


IL RITORNO DEI TESORI PICENI A BELMONTE.
LA RISCOPERTA A UN SECOLO DALLA SCOPERTA
Rinvenuti all'inizio del '900 e scomparsi durante la guerra


Belmonte Piceno, un eccezionale sito di epoca arcaica
Fin dalla scoperta della necropoli di Colle Ete da parte di Silvestro Baglioni e dai successivi scavi di Innocenzo Dall’Osso nel 1909-1911, Belmonte Piceno è stato considerato nell’archeologia europea il sito più importante della cultura picena arcaica, soprattutto per il periodo dal VII al V sec. a.C., convenzionalmente classificata come Piceno III, IVA e IVB.
Oggi, a più di anni dalla scoperta, la conoscenza del territorio è cresciuta e nuovi scavi nelle Marche hanno portato alla luce le famose necropoli di Numana-Sirolo, Pitino di San Severino, Tolentino, Matelica e tanti altri sepolcreti più piccoli come Cupra Marittima – Grottammare, Colli del Tronto, Montedinove, Montegiorgio e la vicina Grottazzolina. L’importanza di Belmonte, però, rimane immensa; si tratta dell’unico sito delle Marche meridionali in cui una sede con iscrizione sud-picena o sabellica in cui viene menzionato un [pupunis] nir, un” signore (piceno)”, potrebbe essere in qualche modo connessa con una sepoltura di un guerriero davvero principesca, la cosiddetta “Tomba del duce”. Se la stele fosse collocata in origine proprio su questa tomba o commemorasse un altro personaggio importante di Belmonte, non è più verificabile.
La parola pupun, che sembra fosse incisa sulla stele di Belmonte, ma che oggi risulta tuttavia non più leggibile, dimostrerebbe l’appartenenza del territorio di Belmonte ad una specifica cultura picena, a differenza di quanto sembra emergere dalle necropoli dei territori più interni delle Marche centrali, che sembrano essere attribuibili più a popolazioni umbre.
Secondo le fonti letterarie antiche i Piceni appartenevano al grande etano (stirpe) dei Sabini, dai quali si sarebbero separati da in occasione di un mitico ver sacrum, quando, guidati da un picchio quale animale-totem, sarebbero giunti ad occupare la loro sede storica e a fondare il centro abitato principale nel sito dell’attuale Ascoli Piceno. La parola pupun viene dunque interpretata come termine di autoidentificazione dei Piceni in contrapposizione alla parola safin utilizzato dai Sabini, con una presa di coscienza della propria, specifica identità culturale che sembrerebbe essere già attiva intorno al VI sec. a.C., come testimoniano le più antiche stele inscritte.
Fra i siti piceni, Belmonte è conosciuto soprattutto per la “Tomba del Duce” e per le sue eccezionali “Tombe delle Amazzoni”, sepolture femminili con corredi ricchissimi comprendenti anche armi, come punte di lancia e teste di mazza, da interpretarsi probabilmente come status symbols proprio delle donne aristocratiche belmontesi. Significativa è la quantità delle sepolture del ceto sociale elevato i cui sfarzosi corredi tombali comprendevano i famosi carri a due ruote, e, dall’altro lato, la scarsità degli oggetti nelle tombe povere, un panorama contrastato che fece ipotizzare già ad Innocenzo Dall’Osso l’esistenza di una gerarchia sociale con differenziazioni molto nette.
Alcuni dei famosi reperti trovati nelle tombe di Belmonte sono diventati ormai emblematici di tutta la cultura picena, anche se sono diventati ormai emblematici di tutta la cultura picena, anche se spesso riflettono in realtà la riuscita fusione di elementi culturali, religiosi ed artistici originariamente propri del mondo italico, greco ed etrusco. Lo testimoniano ad esempio le anse con il “Signore dei cavalli” di un vaso bronzeo, forse un’ hydria, dalla “tomba del duce”, produzione locale o umbro – picena realizzata su imitazione di produzione greche laconiche di età arcaica o, in alternativa, lavoro su commissione realizzato da un artigiano di estrazione non picena.
 
Ambra e avorio
Le sepolture di ceto elevato di Belmonte Piceno erano ricche di oggetti d’ambra: orecchini, vaghi di collana, amuleti, bulle, pendagli, fibule, ma anche nelle tombe più povere si trova spesso qualche vago d’ambra. A quanto pare nel VI sec.a.c. – epoca della grande fioritura del sito – Belmonte Piceno era infatti ancora a Numana, il centro più importante dell’Italia adriatica per lo smistamento dell’ambra baltica sia verso i centri della Magna Grecia sia verso i territori interni degli Appennini.
Oggetti commissionati sono senza dubbio le famose fibule con nuclei di ambra raffiguranti leoni, che vengono attribuite alla cerchia delle ambre intagliate magno greche del “gruppo di Armento”. Anche in questo caso si può pensare ad un artigiano greco che lavorava per i signori piceni belmontesi o ad un artigiano locale che aveva acquisito le tecniche di lavorazione e lo stile da maestri greci. Se infatti le fibule con semplici nuclei di ambra sono tipiche per le Marche già dalla prima età del ferro, da Novilara fino a Fermo ed oltre, gli esemplari rappresentati in stile greco provengono solo da Belmonte Piceno. Le grande bulle con raffigurazioni di teste antropomorfe e di medusa, sempre in ambra, rimandano invece ad un ambito etrusco. Ma i committenti belmontesi non si limitavano solo ad oggetti pregiati in ambra. Influssi stilistici etruschi, magno greci, laconici e del vicino oriente (Siria, Rodi e Grecia orientale) sono riconoscibili anche negli oggetti in avorio e osso, che spesso non possono essere ricondotti ad una sola fonte, rendendo difficile distinguere gli oggetti di importazione da quelli locali che incontravano il gusto dell’élite picena.

Bronzi etruschi, greci e locali
Probabilmente lungo gli stessi percorsi che interessavano la via dell’ambra nell’Appennino interno, ma in direzione opposta, venivano commercializzati i vasi etruschi; come nessun altri sito piceno, Belmonte Piceno ha restituito infatti oinochoe ed altri recipienti pregiati di produzione tirrenica. Invece per altri vasi come le hydriai ed alcune delle Lowenkannen (brocche con anse con leoni) si presume una produzione greca, con correnti commerciali non mediate dagli Etruschi ma organizzate sulle vie marittime dell’Adriatico.
Come già osservato per gli oggetti d’ambra e di avorio, alcune lavorazioni in bronzo presentano un misto di stili diversi che possono essere letti o come produzione in loco o come lavoro su commissione: particolari in questo senso sono le brocche con anse terminanti in testa di toro, appliques di vasi raffiguranti un “grigo-lupo”, la grande fibula di bronzo con staffa terminante in sei teste di leone in avorio e le già menzionate anse figurate con guerrieri e cavalli dalla “Tomba del duce”. Dalla maggior parte del vasellame bronzeo trovato a Belmonte si sono conservate solo le parti più robuste, come le anse in bronzo fuso, mentre i corpi, realizzati in lamina, erano già all’epoca della scoperta molto frammentari. Come ricordava Dall’Osso: “Se tutti i vasi di bronzo di Belmonte si fossero rinvenuti intatti, il loro valore venale avrebbe raggiunto una cifra favolosa”.
Increbile è inoltre nelle sepolture belmontesi la quantità di oggetti di abbigliamento in bronzo. Sopra il defunto, deposto in posizione rannicchiata e probabilmente avvolto in un sudario, erano deposti in gran numero pettorali, pendagli, “torques”, fibule, collane, bottoni e anelli a nodi, per un peso complessivo che in alcuni casi supera i due chili. Veniva in questo modo esibito con grande sfarzo il potere economico, e dunque sociale, che con ogni probabilità derivava ai signori di Belmonte dal controllo diretto che essi dovevano esercitare sul traffico dei metalli con la sponda opposta dell’Adriatico.

La stele di Belmonte
La stele con iscrizione più lunga fu rinvenuta a poca distanza da Belmonte, nei terreni di proprietà del colono Lorenzo Vallesi, che ne risultava già in possesso nel 1886. Nel 1901 il monumento fu acquistato dal Ministero dell’Istruzione Pubblica – Direzione Antichità e le Belle Arti per il tramite di Edoardo Brizio, direttore degli scavi d’antichità per l’Emilia e le Marche, per la considerevole somma di 250 lire. La stele misura 2.12 x 0.75 m e il suo peso di circa 3 quintali non ne ha reso agevole il trasporto fino al Museo Civico di Bologna, dov’è attualmente conservata.
Il monumento, in arenaria, presenta un profilo antropomorfo più sinuoso rispetto a quello delle affini stele da Bellante (TE), da Servigliano (FM) e da Mogliano (MC). La stele rappresenta certamente uno dei documenti più interessanti di questa classe di monumenti, e non solo per la forma, ma anche per la lunghezza del testo, che, nonostante la parte parzialmente abrasa, attesta un numer di forme lessicali più ampio di molte delle altre iscrizioni note in ambito piceno. Sempre da Belmonte proviene inoltre una seconda stele, con testo più breve e molto frammentaria. Entrambe le stele sono prive di contesto, e dunque, come per le restanti 22 iscrizioni in lingua picena, rimane a tutt’oggi difficile stabilirne l’esatta cronologia, potendo disporre della sola valutazione paleografica ed in considerazione del fatto che l’alfabeto utilizzato non presenta grandi variazioni nell’arco dei tre secoli in cui è attestato (VI-III sec. a.C.). L’unica possibilità di distinzione cronologica è data dunque dall’assenza nelle due iscrizioni più antiche (tra queste il guerriero di Capestrano, della seconda metà del VI sec. a.C.) di segni di interpunzione, costantemente presenti invece nelle epgrafi più recenti. La scrittura dei testi segue inoltre un andamento continuo privo di messa a capo (bustrofedico), così da presentare un aspetto serpentiforme. Il boustrophedon viene abbandonato in ambito etrusco all’inizio del V sec. a.C. ma non è detto che in area picena esso segua la stessa sorte nello stesso periodo. Fa eccezione la sola stele iscritta di Cures, con linee di testo separate da “a capo”. Nonostante a lungo ritenuto di derivazione etrusca, l’alfabeto piceno sembra dipendere piuttosto dal modello sabino, da cui si differenzia per i segni addizionali (ì,ù). La lingua picena invece, tradizionalmente assegnato al gruppo delle lingue italiche insieme al venetico, al latino e al falisco, appartiene piuttosto al gruppo delle lingue sabelliche insieme al sabino, all’umbro, all’osco e alle parlate centro italiche meno attestate ( o dialetti: vestino, peligno, equo, marso, ecc..).

I primi rinvenimenti tombali e le ricerche nelle necropoli e nell’abitato preromano di Belmonte Piceno
Per le notizie sui primi rinvenimenti occorre risalire almeno ai primi del Novecento, quando in Contrada a Lete (Colle Ete) alcuni coloni scoprirono fortuitamente tombe con corredi in ferro, bronzo e ambra. Nel maggio 1901 furono venduti al Museo Nazionale Preistorico Luigi Pigorini di Roma, dal famoso medico e studioso belmontese Silvestro Baglioni, numerosi materiali da Belmonte Piceno pertinenti a 10 o 12 tombe distrutte nel corso di lavori agricoli. La casa natale di Silvestro Baglioni si trovava proprio nella zona della necropoli di Colle Ete, motivo per cui aveva contatti diretti con i contadini che avevano trovato i corredi tombali, che poi lui presentava al mondo scientifico italiano e tedesco. Il suo articolo uscito nel 1905 nella rivista “Zeitschrift fur Ethnologie” contribuiva alla rinomanza di Belmonte, che fu inserita, insieme a Novilara, tra i siti piceni di notevole importanza nel libro di Oscar Montelius “La civilisation primitive en Italie”.
Sulla disposizione che hanno conosciuto i materiali di Belmonte già dal momento della scoperta della necropoli si possono ricordare anche le notizie pubblicate nel 1903, per segnalare alcuni acquisti fatti da Eduardo Brizio di collane, anelli, pendagli,fibule, ancora provenienti dalla necropoli di Belmonte, ed in tal modo entrati in possesso del Museo Archeologico di Bologna. E’ stato lo stesso Brizio che nel 1901 acquistò la grande stele con l’iscrizione di Belmonte per il Museo di Bologna per impedire, come ricorda in una lettera, che la stele potesse essere venduta all’estero.
Scavi regolari nella necropoli sul Colle Ete saranno intrapresi solo più tardi da Innocenzo Dall’Osso tra il 1909 e il 1911. Dopo che una frana, successiva a piogge intense, mise in luce vari resti archeologici appartenenti alla più importante sepoltura del sito, la cd. “Tomba del Duce”.
Gli scavi interessavano i fondi Curi, Malvatani, Centani o Parrocchie Povere e comprendevano un’area con un’ estensione di circa un chilometro quadrato. Le tombe della fase più antica sono disposte, come ricordava Baglioni, verso le pendici del colle, a ovest, mentre le fasi più recenti ne occupano la sommità; gli scavi Dall’Osso hanno interessato quest’ultima zona. I materiali attestano una cultura già fiorente nell’VIII sec. a.C., che conobbe nel VI-V sec. a.C. il suo massimo sviluppo.
A quanto risulta dalla documentazione di Baglioni e di Dall’Osso tutte le tombe sono del tipo a fossa semplice scavate nella terra ad una profondità da 2 a quattro metri, anche per poter collocare dentro la fossa il carro a due ruote che sembra nella maggior parte dei casi non smontato e posto al di sopra del defunto. Dall’Osso osserva che la suppellettile è tendenzialmente collocata in prossimità della testa o dei piedi del defunto. Il defunto è solitamente deposto in posizione rannicchiata su un fianco.

I corredi tombali di Belmonte Piceno al Museo Archeologico Nazionale di Ancona: le vicende della distruzione, scomparsa e il recente rinvenimento
<<Durante la Seconda Guerra Mondiale oltre 130 rovinosi bombardamenti si abbatterono su Ancona, duramente colpita dalle Forze Alleate con una serie di attacchi che ebbero inizio il 16 ottobre 1943 e culminarono nella devastante incursione del primo novembre dello stesso anno, provocando distruzione e morte sul colle Guasco. Un’ala del Museo Archeologico, nell’ex Convento di San Francesco alle Scale, venne rasa al suolo e molti materiali andarono dispersi, anche in seguito al crollo del campanile adiacente al convento e alla chiesa. Impressionanti foto dell’epoca illustrano i gravi danni subiti dall’edificio e documentano i primi interventi di recupero dei materiali dispersi e il solerte lavoro di restauro dei reperti danneggiati, ricoverati nelle sale espositive ormai adibite a laboratori, con le vetrine smontate per far posto a grandi scaffalature per le casse dei materiali e lunghi tavoli su cui disporre gli oggetti da ricostruire>>.
Da Nicoletta Frapiccini, Il museo e i danni della seconda guerra mondiale,2011.
Anche i reperti di Belmonte Piceno subivano forti danni. Nel dopoguerra e fino a poco tempo fa, si pensava che si fosse salvata solo una minima parte delle tombe belmontesi, esposte poi nel nuovo museo archeologico a Palazzo Ferretti come parte della “Tomba del Duce” e le due “tombe delle amazzoni” con gli oggetti preziosi in ambra, avorio e bronzo.
Durante la risistemazione degli archivi e dei depositi della Soprintendenza Archeologica delle Marche si sono potuti individuare quasi tutta la documentazione fotografica e tanti reperti creduti scomparsi.

I guerrieri
La panoplia più completa dell’armamento di un signore piceno è stata ritrovata ancora una volta nella “Tomba del Duce”. All’epoca della scoperta erano presenti quattro elmi, due dei quali umbro-piceni e due corinzi, due paia di schinieri (o gambali) in lamina bronzea, diversi pugnali, spade, punte di lancia e teste di mazza. E’ l’unica sepoltura a Belmonte che conteneva anche un disco-corazza di bronzo, fissato in origine su materiale organico, forse cuoio. Quest’oggetto, tipico dei guerrieri abruzzesi di VII e VI sec. a.C., riservato, in area umbro-picena solo alle élite più alte della società, è ritenuto arma di difesa, per la protezione del petto e della schiena, come si evince dalle raffigurazioni sulla stele di Guardialgrele e sulla stele del guerriero di Capestrano; in realtà è da considerare piuttosto un oggetto da parata, volto a sottolineare lo splendore del principe-guerriero.
Altre tombe di guerriero, pur non presentando tale sovrabbondanza di armi, hanno restituito due elmie gli schinieri. L’armamento standard, però, era composto da un pugnale, spesso a stami, una spada ad elsa a croce, un paio di punte di lancia e teste di mazza in ferro. Interessanti sono gli elementi dell’armamento che riprendono o imitano forme greche, come gli elmi corinzi presenti anche nella varietà picena con paraguance chiuse nella parte inferiore. Anche gli schinieri bronzei di gusto greco , di realizzazione probabilmente etrusca, sono molto rari nelle tombe italiche  della fascia medio-adriatica. Tutti questi elementi ci fanno pensare che i signori di Belmonte conoscessero bene gli oggetti di artigianato e le armi di tipo greco, ma, anziché limitarsi ad importarli, creavano, o facevano creare da artigiani stranieri, quelli che più rispecchiavano il loro gusto e, soprattutto, il loro centro culturale.
Nelle società arcaiche italiche, come quella picena di Belmonte, il maschio adulto viene caratterizzato nei corredi funebri nel suo ruolo guerriero. Rimane qualche dubbio se effettivamente tutti i maschi della comunità belmontese avessero il diritto di portare armi. Purtroppo non sono state effettuate analisi antropologiche sui resti scheletrici per cui oggi non sappiamo se le sepolture con corredo povero fossero presenti anche maschi che ricoprivano un ruolo diverso. Alcune delle armi trovate sono sicuramente da combattimento, altre invece solo da parata. Le punte di lancia e le teste di mazza trovate nelle tombe femminili di Belmonte, denominate da Dall’Osso “Tombe delle Amazzoni”, sono interpretabili invece come status symbols, oggetti volti a sottolineare l’importanza della donna nobile belmontese.

I carri a due ruote
Durante gli scavi del 1909-1911 furono trovate almeno 9 o 10 sepolture che contenevano un carro a due ruote, di cui alcuni asportati in blocco e trasferiti al museo di Ancona, dove vennero in parte ricostruiti ed esposti al pubblico. Fino ad oggi Belmonte è rimasto il sito piceno con il numero più alto di carri nelle tombe. Solitamente il carro si presenta in un solo esemplare per tomba, posto nella fossa tombale ad un livello più alto rispetto al defunto. Eccezionale, e senza confronto in Italia, è il rinvenimento di 6 carri nella famosa “Tomba del duce”. Interpretati come status symbol dell’éelite di epoca arcaica, a Belmonte i carri sono stati trovati sia in tombe maschili sia in sepolture femminili. Dei carri, realizzati quasi esclusivamente in legno, oggi si conservano solo pochi frammenti, come i cerchioni in ferro delle ruote e dei mozzi. Dalle foto d’archivio sono individuabili, però, anche elementi in bronzo appartenenti al rivestimento.
A quanto risulta sia dalle foto scattate durante gli scavi, sia dalle ricostruzioni successive di Dall’Osso realizzate per l’esposizione ad Ancona, i carri di Belmonte erano tutti a due ruote posti nelle fosse tombali interi. Rimangono invece in certi casi delle tombe che hanno restituito più di due cerchioni: sembra che questi non siano riconducibili ad un carro a quattro ruote ma a due carri a due ruote in parte smontati, come è attestato nella famosa “Tomba della regina” di Sirolo-Numana. Come dimostrano i meglio conservati carri da Grottazzolina, la ruota era costruita con raggi. Dai pochi resti superstiti è difficile stabilire il tipo di veicolo. In epoca arcaica venivano usati accanto ai carri da guerra (la biga o il cursus), i carri da trasporto e da viaggio come il calesse. Sulla biga si guidava stando in piedi, posizione adatta per la parata, la corsa e la guerra, e per questo essa è in genere considerata attributo tipico del guerrieri. Sui calesse, in genere attribuiti alle donne nobili, si viaggiava invece seduti.
All’attuale stato della ricerca non è dimostrabile che ci sia una differenza a Belmonte tra i carri trovati nelle tombe maschili e quelli delle tombe femminili, soprattutto perché mancano gli elementi tecnici distintivi. Nelle note raffigurazioni antiche dei carri di ambito greco, etrusco e veneto la donna può apparire anche sulla biga dietro il guerrieri, mentre l’uomo può essere seduto sul calesse. I due cavalli da tiro venivano fissati al timone del carro probabilmente con un giogo, di cui sembrano esser state trovate le fasce di rivestimento in bronzo.

I morsi e la bardatura dei cavalli
Nelle tombe belmontesi con i carri si trova sempre almeno una coppia di morsi da cavallo in bronzo o in ferro sul lato opposto della fossa rispetto alle due ruote, il che fa pensare che il carro fosse posto intero nella fossa sepolcrale. La maggior parte dei montanti dei morsi equini è di lavorazione piuttosto semplice e rientra nel gruppo dei morsi del tipo Belmonte, caratterizzato da una forma semicircolare. La distribuzione del tipo abbraccia le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo nord-orientale. La coppia dei morsi fa supporre che i carri belmontesi venissero trainati da due animali. Non abbiamo nessun dato sui cavalli, perché non sono stati seppelliti con il carro; poteva trattarsi di piccoli cavalli da tiro oppure anche di ibridi come i due probabili muli, seppelliti nella “Tombda della regina” di Sirolo-Numana. A Belmonte mancano altri elementi della bardatura che aiutino a capire in che modo venivano portati esattamente i morsi. Molto suggestiva è la raffigurazione coeva dei cavalli sulla situla di Vace in Slovenia, che tirano sia una biga sia un calesse, e che indossano morsi semicircolari simili a quelli di Belmonte.

Le donne di Belmonte coperte di ambra e bronzo
Le sepolture femminili belmontesi sono caratterizzate da un’incredibile quantità di ornamenti come pendagli, pettorali, amuleti, fibule, armille, “torques”, collane d’ambra e vetro, che ricoprivano tutto lo scheletro. Non è del tutto chiaro se tutti questi oggetti facessero parte di una veste cerimoniale utilizzata dalla donna in vita o se fossero stati appoggiati su un sudario che avvolgeva la defunta deposta rannicchiata come indicano le fibule lungo le gambe e ai piedi. Il ruolo della donna come tessitrice viene sottolineato dalla presenza di rocchetti e fuseruole in impasto. Le donne del ceto più elevato erano in vari casi accompagnate, oltre che dai vasi in impasto e dal vasellame bronzeo (come le oinochoai di tipo “rodi”, brocche, bacini ad orlo perlato e ad orlo a treccia), anche da spiedi in ferro, il che ci conferma che lo strumentario per la cottura delle carni nella cultura picena non era affatto estraneo all’ambito femminile.

I “torques” di Belmonte
Anche se in precedenza sono stati chiamati “torques” per le loro terminazioni aperte, sembra poco probabile che questi oggetti servissero veramente come collari. Le foto scattate durante gli scavi di Dall’Osso rivelano la loro posizione nella tomba: spesso deposti sulle gambe, sul petto e sulla spalla della defunta, quasi mai intorno al collo. Come a Grottazzolina, la presunta necropoli satellite di Belmonte, alcuni dei “torques” erano chiusi con un anello fissato alla veste con una grande fibula, il che ne dimostra la funzione di pendaglio. Questa funzione è più evidente nei “torques” con nodi – un elemento mutuato dagli anelli a nodi – trovati a Belmonte e a Grottazzolina che venivano attaccati alla veste come portabulla. I “torques” sono configurati con terminazioni a grande pigna, a vaso, a globetto, con teste zoomorfe o antropomorfe molto stilizzate.

Le fibule
Degli ornamenti da abbigliamento le fibule conoscono nella cultura picena una ricchezza inaudita di forme, tipi e varietà. Erano talmente ricercate che durante le fasi Piceno IVA e IVB (580-470 a.C.), nella massima fioritura della civiltà, alcune delle più belle fibule vengono imitate e rielaborate, insieme a pendenti e pettorali, sull’altra sponda dell’Adriatico in area balcanica dal gruppo liburnico-japodico (Croazia) e dalle culture della cerchia orientale della cultura hallstattiana. Soprattutto le fibule con tre bottoni sull’arco del tipo Grottazzolina hanno una vasta distribuzione. Le fibule con arco a triplice ondulazione, invece, sono tipiche nell’area abruzzese, ma conoscono rielaborazioni di pregio, con arco sormontato da testine equine, proprio a Belmonte. Le grande fibule con nucleo d’ambra, attestate a Novilara e a Fermo già nella fase Piceno II (VIII sec. a.C.) rimangono in uso a Belmonte fino al Piceno IV A con forme locali e soprattutto con nuclei intagliati da artisti di dimestichezza e gusto greco. Una caratteristica di varie fibule belmontesi sia in bronzo sia in ferro è inoltre la staffa trifida, portata all’eccesso dalla grande fibula della “Tomba della amazzone” decorata con sei teste di leoni in avorio.

La donna del torques con sirene e cavalli marini
Da una tomba femminile dal fondo Malvatani della necropoli di Colle Ete, la n. 49 (t.201), inquadrabile nella fase Piceno IV B (520-470 a.C.), proviene un bellissimo torques con terminazioni configurate a sirene e cavalli marini, vero e proprio unicum. Se infatti torques con estremità configurate sono presenti a Belmonte anche in altri esemplari, si tratta tuttavia sempre di decorazioni piuttosto semplici. Nel nostro caso invece l’elaborata decorazione plastica del torques, oggetto in sé peculiare del mondo piceno, fa propendere per una realizzazione in loco da parte di un artigiano straniero, che sulla base delle osservazioni di carattere stilistico potrebbe essere un etrusco piuttosto che un greco. Tra l’altro probabilmente non casuale appare la scelta dei motivi decorativi, sirene e cavalli marini, creature liminari, accompagnatrici nel viaggio verso l’aldilà, simbolo di passaggio tra la vita e la morte, fortemente allusive dunque ad un passaggio di stato che può intendersi appunto non solo in senso funerario, ma anche come transizione all’età adulta, presupponendo comunque da parte della defunta scelte peculiari di tipo funerario/cultuale.
Il torques, insieme ad un altro con terminazioni a pigna, era collocato sulle gambe della defunta, sotto le ginocchia, fatto che ne conferma l’uso non esclusivo come collare, attestato anche in altre sepolture della stessa Belmonte. Due fibule ad arco ingrossato (in ferro?) erano poste una sotto i grandi torques e l’altra all’altezza delle caviglie, così da far pensare ad un telo di stoffa che avvolgeva la parte inferiore delle gambe. Erano poi nella tomba altri due sottili torques, una serie di anelli e bottoncini enei, probabilmente relativi alla decorazione di una veste.

I bambini di Belmonte Piceno
Le sepolture dei bambini belmontesi contengono spesso gli stessi tipi di oggetti delle tombe degli adulti e soprattutto di quelle femminili, come ornamenti, pendagli, pettorali ed amuleti. Come in tante altre società italiche di epoca arcaica, fino ad una certa età, in genere fino ai sei anni, non si notano differenze tra corredi tombali maschili e femminili; solo nei rari casi, finora non attestati a Belmonte, in cui si trovano anche armi si può supporre che si trattasse di bambini maschi che coprivano già un ruolo all’interno della gerarchia guerriera.

La protezione della donna giovane e dei bambini: pettorali, pendagli e bulle
Le tombe picene sono famose per la grande varietà e quantità di pendagli e pettorali. Trovati soprattutto nelle tombe dei bambini e delle donne giovani, si attribuisce a tutti questi oggetti una funzione apotropaica, cioè di protezione contro il malocchio, i pericoli durante le gravidanze o le malattie, come avviene ancora oggi per gli amuleti in tante culture anche moderne. I pettorali piceni di bronzo con sembianze antropomorfe con braccia alzate, già conosciuti nella fase Piceno II (800-700 a.C.) e presenti almeno fino alla fase Piceno IVB (520-470 a.C.), si trovano anche a Belmonte, sebbene più raramente rispetto alle necropoli di Montegiorgio, Cupra Marittima e Grottammare. Attestati invece quasi esclusivamente a Belmonte sono i pettorali trapezoidali in ferro con grandi borchie in bronzo da cui partono lunghe catenelle in bronzo e ferro terminanti in pensagli a batacchio. Caratteristici delle necropoli fra i fiumi Tenna e Tesino sono i pendagli a doppia protome taurina del VI sec. a.C., che riprendono la forma dei pendagli zoomorfi conosciuti nel Caucaso (Iran), in Grecia e in Italia meridionale. Il numero più elevato di questi pendagli proviene proprio da Belmonte , dove sembra fossero indossati in più esemplari insieme, in associazione con catenelle o cinture. Ipendagli a forma di vasi, per lo più a oinochoai miniaturizzata, quelli a dente di cinghiale e quelli con conchiglia (cyprea pantherina) fanno parte di gruppi di amuleti distribuiti in tutta l’Italia centrale appenninica ma soprattutto nelle Marche e sulla sponda opposta dell’Adriatico così da far pensare a credenze religiose e magiche analoghe sulle due coste contrapposte. Le bulle, spesso bivalvi di lamina bronzea, erano amuleti sonori. Anche all’ambra si attribuiva un potere curativo e di protezione: per i bambini alla crescita dei denti e per la donna durante la gravidanza e l’allattamento.

I vasi ceramici e le figure in terracotta
Poco sappiamo dei vasi in ceramica d’uso domestico e di destinazione funeraria trovati nelle sepolture di Belmonte, perché rispetto ai vasi bronzei hanno suscitato meno l’interesse e l’attenzione degli scavatori sia al momento della scoperta che nella conseguente documentazione. Si riconoscono forme tipiche picene in impasto come le anforette con collo alto con solcature, kantharoi e grandi contenitori. Importazioni di ceramica etrusco- corinzia e di bucchero si affiancavano a vasi greci a figure nere e a figure rosse. Particolari sono le anse in terracotta rinvenute in una o due tombe belmontesi configurate con cavalieri a tutto tondo e una figurina con capelli lunghi con visi di sembianze umano-animalesco, che ricordano le espressioni antropomorfe etrusche dell’epoca orientalizzante.

Il restauro antico
Con questa definizione indichiamo quegli interventi di restauro avvenuti sui reperti in antico, prima della deposizione, che vanno interpretati come “riparazioni” in senso stretto, cioè restituzione dell’utilità/funzionalità all’oggetto.

Il restauro ottocentesco
Con questo termine intendiamo tutti gli interventi di restauro svolti dal XIX alla prima metà del XX secolo. Il fine del restauro archeologico in quest’epoca è rendere riconoscibile l’oggetto ridandogli ad ogni costo una forma, anche assemblando elementi in modo del tutto arbitrario e seguendo i gusti della moda del tempo o addirittura ricomponendo una forma con frammenti di oggetti diversi. In generale, la pulitura degli oggetti avveniva senza metodo, talvolta lasciando abbondanti residui di terra di scavo e prodotti di alterazione sulle superfici, talaltra ripulendo in modo troppo aggressivo e con l’utilizzo di soluzioni acide e/o basiche forti (acido cloridrico/soda caustica).

Il restauro moderno
A partire dalla seconda metà del ‘900, il restauro si è evoluto dal punto di vista metodologico, sostenuto da un nuovo approccio filosofico (teoria del restauro di Cesare Brandi) e dal costante sviluppo della ricerca scientifica, che ha consentito l’utilizzo di sempre nuovi prodotti chimici ed attrezzature tecnologiche, nel rispetto dell’integrità materica dell’oggetto. Il fine del restauro moderno ha come obiettivo la conservazione dei beni culturali. In quest’ottica assumono una singolare importanza le fasi della pulitura e del consolidamento; la ricostruzione delle parti mancanti ad ogni costo, che fino a questo momento è stata alla base di ogni intervento, è prevista solo se sostenuta da confronti attendibili e seguendo criteri filologici. Inoltre le integrazioni devono essere sempre riconoscibili e mai prevalere sulle parti originali.

La ricostruzione dei corredi tombali dei vecchi scavi di Belmonte Piceno
Se è vero che una grande parte dei contesti tombali sono stati smembrati in seguito alle vicende occorse al museo di Ancona, la risistemazione dei depositi della Soprintendenza ha rilevato la presenza di tanti corredi che si credevano perduti, mentre le recenti ricerche negli archivi della Soprintendenza hanno portato al ritrovamento della documentazione di scavo, con le foto e la planimetria della necropoli. Non tutti i reperti che accompagnavano i defunti seppelliti a Belmonte Piceno – scavati ed esposti da Dall’Osso al museo di Ancona nell’ex Convento degli Scalzi, e successivamente collocati nel museo di Ancona di San Francesco alle Scale – sono stati ritrovati: stranamente manca la maggior parte degli avori, mentre le ambre si sono conservate. Grazie alla documentazione d’archivio sarà possibile attribuire alle varie sepolture anche una buona parte dei reperti recuperati dopo il bombardamento del museo e classificati ancora come “le macerie”.